FocusIntervisteTutti gli Articoli“Greta”: il cortometraggio basato sull’umanizzazione della cura, diretto da un regista Cefaludese

Redazione3 mesi ago16 min

Durante lo scorso fine settimana, si sono svolte all’ospedale Fondazione Giglio, le riprese di un cortometraggio ispirato alla vicenda umana di una giovane mamma che si scopre affetta da un tumore alla mammella in fase metastatica. Da qui la chiusura in se stessa, nel suo dolore, le difficoltà di dialogo con i medici, la scelta di lasciare i propri figli nelle mani della nonna per facilitarne, un giorno, il distacco. Tutto ciò sino all’approccio con la medicina narrativa o espressiva che la porta a riscoprire nuovi percorsi personali, in questo caso la passione per il disegno. Questo aspetto, insieme ai disegni, diventano il filo conduttore del racconto nel film, dal titolo Greta.

La sceneggiatura è tratta da una storia vera vissuta tra le mura dell’ospedale Giglio di Cefalù. E’ stata scritta dall’oncologo Massimiliano Spada, dallo psicologo clinico Gaetano Castronovo, dal regista Alberto Culotta con contributi dell’oncologo Sebastiano Spada.

Abbiamo raggiunto il regista, Alberto Culotta e gli abbiamo fatto qualche domanda su questa esperienza:

 

Alberto Culotta, grazie per averci concesso questa intervista. Prima di parlare del corto che hai girato di recente, puoi parlarci di come sei diventato regista e di come è nato in te l’amore verso il cinema?

Mio padre amava fare fotografie, da giovane aveva fondato con altri un’associazione di fotografi a Cefalù, IMAGO. Usava spesso le diapositive e ogni tanto, la sera, in casa si toglieva un quadro e lui proiettava sul muro i suoi scatti. Credo che quelle visioni – la successione delle diapositive, la luce che andava a creare sull’intonaco un’immagine che era stata pensata e fermata nel tempo perché bella, geometrica, ironica, o ancora di denuncia, mi abbiano segnato nel profondo.
Ma il cinema vero e proprio è arrivato con Sergio Leone. “C’era una volta il west” è il film che ricordo come motore adolescenziale della mia passione verso questa arte, così impregnata di artigianato. La sua capacità di giocare sul serio, di riuscire a non dimenticare mai l’aspetto teatrale e di finzione delle sue regie, mi hanno sempre affascinato. Al gioco della regia, e della sceneggiatura, ci sono arrivato lentamente, di cortometraggio in cortometraggio. Non credo si possa “diventare” regista. E’ qualcosa che indipendentemente dai risultati ti ritrovi dentro, che brucia e chiede a gran voce di uscire.
Mi sono formato presso l’Accademia Nazionale del Cinema di Bologna, ho letto alcuni libri e ho frequentato diversi set con diversi registi. Voglio ricordare in particolare Aurelio Grimaldi, con il quale ho condiviso mesi di silenzio e ragionamenti sul cinema ad Alicudi e le riflessioni di Andrej Tarkovskij in Scolpire il tempo sull’arte cinematografica e la sua inutilità. Ma niente in fondo di paragonabile alle fotografie di papà sul muro di casa.

Di recente hai girato il corto “Greta”. Qual è la storia che hai voluto raccontare e le immagini più significative che hai voluto riprendere?

Greta vuole raccontare un concetto molto semplice: quel che conta non è cosa ti capita, ma come reagisci ad esso. Il soggetto è stato tratto da una storia vera: una giovane madre, dopo aver scoperto di avere un tumore ed essersi chiusa in sé stessa, grazie al lavoro congiunto di un oncologo e di uno psicologo riesce a tirare fuori da sé ciò che aveva sepolto da ragazza, la passione per il disegno, e ad aprirsi nuovamente.
Volevo allargare il messaggio a chiunque si trovi davanti a una malattia, sia essa del corpo o dello spirito, per ricordarci che possiamo fare noi la storia, nonostante le apparenti casualità di questo mondo regolato dalla teoria del caos, o dei sistemi complessi. Le immagini pensate per questa storia sono innanzitutto i disegni originali realizzati dalla vera Greta: immagini spesso surreali, che percorrono fedelmente nell’intimità del segno il suo percorso di chiusura e cura, ricaduta e liberazione. Poi l’immagine di una donna attonita, assente, come ripiegata su se stessa, incapace di sollevare l’attenzione dal suo dolore e di percepire l’altro. E ancora le immagini dei medici che la seguono, l’oncologo e lo psicologo, la professionalità e l’umanità, volti che dovrebbero essere inseparabili della stessa Medicina.

Com’è stato lavorare con attori come Cesare Biondolillo e Lorenza Caroleo?

Siamo stati bene. Siamo stati persone. Lorenza è stata l’unica Greta possibile che avevo immaginato, esattamente come l’avevo disegnata, ancor prima di conoscerla. Ha dato tanto di ciò che aveva per questo lavoro, e le sarò sempre riconoscente. Entrambi sappiamo che Greta ha smosso qualcosa in noi, e forse non sappiamo ancora bene cosa.

Cesare è stato quasi un compagno di banco: abbiamo preparato insieme i personaggi e insieme scelto il resto del cast. Solare, attento, umile, il meglio che si possa chiedere. Con Gaetano ci siamo ritrovati molto simili, e quindi è stato più difficile perché era un  po’ come guardare me stesso. Entrambi con la viva esperienza dello scoutismo addosso e l’amore per le piccole città. Senza dirlo, mi ha ricordato sempre che stavamo giocando in fondo, che il senso profondo era l’incontro, non la produzione di un cortometraggio. Federica è stata una cometa, bellissima e breve. E nel cortometraggio ci ha regalato la scena forse più importante, perché Greta lascia tutto nelle sue mani, alla fine della storia che raccontiamo. Ma chi ci ha davvero fatto stare bene è stata la piccola grande troupe che ha realizzato il lavoro. Senza loro, ciascuno di loro, la produzione di Greta non sarebbe mai stata così persone.

Ci puoi raccontare qualche aneddoto sulle riprese svoltesi al Ospedale Giglio di Cefalù?

Il primo giorno di riprese, finiti gli esterni, ci siamo spostati per l’ultima scena della giornata dentro l’ospedale. La scena avrebbe mostrato Greta mentre viene fuori da uno degli ascensori del piano terra e si trova davanti un muro di medici, pazienti e visitatori, restando impietrita. Battiamo il ciak e do l’azione, l’attrice chiude le porte dell’ascensore per riaprirle subito dopo, in modo che sembrasse effettivamente scendere dai piani superiori. Siamo tutti in silenzio, le comparse iniziano a camminare davanti l’ascensore. Le porte dell’ascensore non si aprono. Passa un tempo che inizia a sembrarci eccessivo. Le porte non si aprono ancora. Qualcuno a un certo punto nota che l’ascensore era salito al terzo piano. Greta era stata risucchiata via. Do lo stop e aspettiamo che ritorni giù. Quando finalmente si aprono le porte dell’ascensore, compare l’attrice in compagnia di una signora per niente stupita delle luci, della camera o della gente che la fissava. Con ottima presenza di spirito la signora ha fatto finta di intervistare l’attrice e poi tra le risate di tutti si è dileguata. A fine giornata era proprio quello che ci serviva.
Il secondo giorno, sempre a fine giornata, giravamo in un corridoio del secondo piano dell’ospedale. La scena da fare era particolarmente difficile tecnicamente e necessitava molta concentrazione da parte dell’attrice. Dopo alcuni ciak, scartati per diversi elementi di disturbo, si sentiva un po’ di tensione fra la troupe. Bisognava farla bene, senza far perdere la concentrazione a Lorenza. Sistemiamo di nuovo tutto, urliamo di far silenzio attraverso i corridoi, blocchiamo le porte, l’attrice si mette in posizione. Siamo pronti, sembra tutto a posto. Sto per chiamare il motore quando dall’alto iniziamo a sentire una voce. Ci fermiamo, tutti ci guardiamo stupiti negli occhi. Era il cappellano che dava annunci dalla filodiffusione. Tutti preghiamo che finisca subito, prima di perdere la concentrazione. Ma niente. La voce continua senza posa per un tempo che ci sembra interminabile. Quando a un certo punto si ferma, e sembra aver concluso, udiamo: “ripeto…“. E ricomincia. A quel punto tutti ci rassegniamo a quell’attesa forzata, e per certi versi surreale.
Nei giorni di riprese presso l’ospedale comunque gli aneddoti più curiosi sono stati vissuti dalle comparse vestite da medici o infermieri: non passava momento che qualcuno non li scambiasse per veri dipendenti dell’ospedale per chiedergli informazioni o pareri, magari mostrandogli un dito insanguinato o raccontandogli di chissà quale parente ricoverato.

Cosa hai provato nel girare questo corto con una storia così intensa dietro di se?

Il senso di responsabilità che ogni narratore ha, nel momento in cui gli viene affidata una storia. Che sia vera o d’invenzione il valore di quella storia è misurato dal senso che riesce a trasmettere a chi la ascolta. Dunque la responsabilità investe principalmente questo senso, che va trasmesso, anche a costo del tradimento dei fatti e dei personaggi. Ci sono storie che non ti appartengono, e il lavoro più difficile è uscire da te, per capire quel senso. Eventi che non hai vissuto, situazioni che non hai provato sulla pelle, sono molto difficili da raccontare. Bisogna sempre scavarsi dentro per raggiungere un punto di contatto personale con quella storia, con quegli eventi. Allora qualunque storia, vissuta da qualunque uomo, può diventare la tua storia. Qualcosa che dentro di te conosci, e sai di aver vissuto – anche in maniera diversa. E così puoi raccontarla, rispettandone il senso, cercando di fare del tuo meglio.

 

 

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